La vampata curda riparte dalla Siria
La rivoluzione in Siria accende il fuoco sotto la questione curda. Alla fine di luglio il governo del presidente Bashar el Assad ha ceduto il controllo del nord est del paese alla minoranza curdo-siriana, creando di fatto una seconda enclave indipendente dopo quella presente nel nord dell’Iraq. Il commentatore turco Mehmet Ali Birand dice – ed è uno ascoltato con attenzione sui media nazionali – che sta per materializzarsi uno dei peggiori incubi per la Turchia, “un megastato curdo” appena oltre la frontiera sudorientale del paese.
19 AGO 20

La rivoluzione in Siria accende il fuoco sotto la questione curda. Alla fine di luglio il governo del presidente Bashar el Assad ha ceduto il controllo del nord est del paese alla minoranza curdo-siriana, creando di fatto una seconda enclave indipendente dopo quella presente nel nord dell’Iraq. Il commentatore turco Mehmet Ali Birand dice – ed è uno ascoltato con attenzione sui media nazionali – che sta per materializzarsi uno dei peggiori incubi per la Turchia, “un megastato curdo” appena oltre la frontiera sudorientale del paese.
I tre milioni di curdi siriani hanno preso il controllo delle città vicino al confine, Efrin, Kobani e Derik, dopo che i soldati di Assad sono stati richiamati a combattere verso le zone più centrali e strategiche, come Aleppo e la capitale Damasco. Al comando c’è ora una coalizione di partiti curdi dominata dal Partito dell’Unione democratica (Pyd), direttamente affiliato ai ribelli del Pkk in guerra contro il governo di Ankara. Bandiere del Pkk sono state issate su alcuni ex edifici governativi passati in mano ai curdi. Il modello è il Kurdistan iracheno nato dalle guerre americane contro il dittatore Saddam Hussein, che gode di una forte autonomia rispetto al governo centrale di Baghdad: di recente i curdi iracheni hanno cominciato a impedire all’esercito l’accesso al nord del paese e negoziano in autonomia i contratti petroliferi con le imprese straniere, tanto che ieri hanno minacciato di interrompere la produzione alla mezzanotte del 31 agosto se Baghdad non restituirà un miliardo e mezzo di dollari in pagamenti che loro considerano di proprietà del nord.
A rafforzare l’impressione di una nuova, possibile entità in ascesa nel medio oriente è l’intervento del leader dei curdi iracheni, Massoud Barzani, che l’11 luglio ha riunito le sparse fazioni siriane – alcune stavano con i ribelli, altre dalla parte del governo di Damasco – a Irbil, in Iraq, e ha compiuto un miracolo unificante (e molto provvisorio).
A rafforzare l’impressione di una nuova, possibile entità in ascesa nel medio oriente è l’intervento del leader dei curdi iracheni, Massoud Barzani, che l’11 luglio ha riunito le sparse fazioni siriane – alcune stavano con i ribelli, altre dalla parte del governo di Damasco – a Irbil, in Iraq, e ha compiuto un miracolo unificante (e molto provvisorio).
Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan reagisce con furia, promettendo un intervento militare in territorio siriano per colpire le basi dei curdi affiliati al Pkk, come già succede in territorio iracheno. “E’ un nostro diritto indiscutibile”, ha detto. “Non lasceremo che i terroristi aprano nuovi campi nella Siria del nord e diventino una minaccia contro di noi. Nessuno ci provochi”. In realtà i curdi in Siria godono di una relativa impunità perché per ora i turchi non possono mettere piede nel territorio di Damasco per una spedizione punitiva senza rischiare di scatenare una guerra (la Turchia arma i ribelli che lottano contro Assad).
Il leader del partito curdo siriano Pyd, Mohammed Saleh Muslim, risponde a Erdogan: “La Turchia non c’entra nulla con i curdi siriani”, ha detto oieri in una telefonata a Reuters da Qamishli, in Siria, “la protezione del mio popolo, della mia regione, delle mie città: questi sono miei diritti, nessuno può negarceli e questo è quello che facciamo. Non c’è bisogno che la Turchia si preoccupi e minacci”.
Il leader del partito curdo siriano Pyd, Mohammed Saleh Muslim, risponde a Erdogan: “La Turchia non c’entra nulla con i curdi siriani”, ha detto oieri in una telefonata a Reuters da Qamishli, in Siria, “la protezione del mio popolo, della mia regione, delle mie città: questi sono miei diritti, nessuno può negarceli e questo è quello che facciamo. Non c’è bisogno che la Turchia si preoccupi e minacci”.
La settimana scorsa, consapevole che gli annunci militari per ora cadono nel vuoto, il ministro degli Esteri turco, il topigno e ubiquo Ahmet Davutoglu, si è presentato a sorpresa a Irbil, in Iraq, per un incontro con le fazioni curde che governano l’enclave “liberata” in Siria. Mancavano però i rappresentanti del Pyd, considerati troppo vicini al Pkk per partecipare. La missione di Davutoglu era fare capire con chiarezza che la creazione di una nuova entità curda in Siria non sarebbe stata tollerata. La reazione dei presenti è stata glaciale.
Appena la Siria ha ceduto terreno ai curdi, il Pkk, sentendo il vento a favore, ha lanciato un’offensiva militare contro Semdinli, una città turca nell’area di Haqqari vicino al confine con Iraq e Iran. Invece che i soliti attacchi mordi e fuggi, i guerriglieri assediano la città e si sono trincerati. Da due settimane sono in corso scontri violentissimi che hanno fatto 115 morti. Sabato il Pkk ha attaccato a Cukarca per creare un altro fronte. L’esercito turco sta reagendo con durezza, anche con i bombardieri, ma non è possibile sapere molto di più perché l’intera area è stata isolata. “Non guardate a quello che succede ad Aleppo, guardate Haqqari”, dicono i guerriglieri del Pkk, che puntano a fare passare un messaggio-chiave: la lotta tra la nostra volontà di autodeterminazione e la volontà di repressione turca è come quella in Siria tra i ribelli e il governo Assad.